
Comunicato stampa dell’8 luglio 2026
Quando un algoritmo cancella quarant'anni di cultura
Time in Jazz: account Instagram disattivato in modo permanente.
Gli organizzatori: “Ricorreremo a tutti i livelli contro una violazione insensata”
Time in Jazz, a un mese dall’inizio della sua 39 edizione, resta senza account Instagram: dalla scorsa settimana, infatti, una comunità di 20.000 persone, che ha deciso di seguire e supportare un festival musicale di caratura mondiale, non può più accedere a nessun contenuto, passato e presente, perché l’account non esiste più. Disattivato in modo permanente: così chiosa Meta AI a seguito delle ripetute richieste di ripristino inoltrate immediatamente dagli organizzatori.
“Con un colpo di spugna, anzi, un clic sul tasto reset, è stata cancellata una storia di 9 anni sulla piattaforma Instagram e la conseguente narrazione di passato, presente e futuro di un festival lungo 39 anni” rimarcano dall’organizzazione di Time in Jazz.
E cosa resta di tutta la storia, del racconto dei luoghi, delle persone, dei momenti condivisi? Tutto scomparso, senza possibilità di appello. “Non sappiamo cosa sia potuto accadere, perché nulla ci è dato sapere. Il nostro account Instagram è stato sospeso per violazioni degli standard della community, ma è piuttosto scontato evidenziare come nessuno dei contenuti pubblicati possa essere incorso in tali restrizioni. Da giorni riceviamo da Meta AI – e quindi da un sistema che non prevede alcuna interazione con una persona fisica – un ciclo infinito di motivazioni assolutamente sterili e senza fondamento, che non aiutano a risolvere in alcun modo il problema”.

Nell’attesa, è stato deciso di aprire un nuovo account Instagram (@timeinjazz2026) attraverso il quale riprendere la narrazione virtuale delle decine di eventi musicali, letterari e dedicati alle nuove generazioni, oltre che al racconto di artisti e artiste internazionali e dei luoghi che dall’8 al 16 agosto ospiteranno un’edizione dedicata a Miles Davis. “Rimanere immobili in balia degli eventi non fa parte del nostro DNA e per questo vogliamo continuare a promuovere tutti gli appuntamenti del nostro festival, tutti gli sponsor che ci sostengono e tutte le opportunità che costruiamo per le decine di migliaia di spettatori che ogni anno scelgono Time in Jazz e questa meravigliosa parte della Sardegna”.
“Il nostro obiettivo è duplice. Da un lato, ovviamente, capire cosa è accaduto, perché Meta AI ha bloccato il nostro canale e rientrare immediatamente in possesso di tutti i contenuti postati in oltre 8 anni di attività. Il secondo, anche attraverso l’eventuale attivazione di un procedimento legale in ambito comunitario, impegnarci per riequilibrare il rapporto tra utenti e fornitori delle piattaforme social. Riteniamo disdicevole che realtà impegnate in ambito culturale e non solo, connotatisi per una comunicazione inattaccabile e incentrata su valori democratici e solidali, possano essere oggetto di una vera e propria inibizione d’arbitrio, senza alcun confronto e con l’assoluta impossibilità di esporre le proprie ragioni. Siamo consapevoli che nel caso specifico i nostri interlocutori sono aziende multinazionali con grandi interessi, ma non possiamo e non vogliamo piegare la testa di fronte a soprusi che, come abbiamo avuto modo di riscontrare in questi giorni, stanno riguardando sempre più soggetti privati o associazioni creando ingenti danni economici a seguito di improvvise e immotivate disattivazioni di account”.
Per un festival che da quasi quarant’anni rappresenta un punto di riferimento della cultura in Sardegna, in Italia e in Europa, si tratta di un danno gravissimo, che colpisce il nostro lavoro, il nostro pubblico e una comunità costruita con pazienza e dedizione nel corso degli anni.
È inaccettabile che una piattaforma privata possa cancellare, con un semplice clic e senza trasparenza, un patrimonio di relazioni, contenuti e partecipazione, senza assumersi il dovere di spiegare, ascoltare o consentire un’effettiva tutela.
Time in Jazz continuerà a fare ciò che ha sempre fatto: creare cultura, dialogo e comunità. Perché la cultura nella sua comunicazione non può essere lasciata alla discrezione di algoritmi o decisioni prive di motivazione.